CONSIDERAZIONI SULL’IDROGENO

CONSIDERAZIONI SULL’IDROGENO

 

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     Osservazioni per la pubblica consultazione sulle strategie sull’idrogeno.

 

Il prossimo 21 dicembre si chiuderà la Consultazione pubblica del Ministero per lo Sviluppo Economico (MISE)
per raccogliere le osservazioni alla propria proposta di “Linee guida per la strategia nazionale sull’ idrogeno”.

 La valutazione di questa strategia necessita di alcune premesse importanti.

L’idrogeno, come tutti sappiamo, ha un grande pregio: la sua combustione produce energia senza emissioni di
CO2, causa principale dei cambiamenti climatici globali. L’idrogeno non è però una “fonte primaria” di energia,
ma un vettore della stessa, e può essere prodotto solo a partire da altre fonti primarie, come i combustibili
fossili (immagazzinati sottoterra), le rinnovabili (prodotte direttamente dal sole) ed il nucleare (disponibile con i
ben noti problemi).

L’idrogeno viene denominato con un colore diverso a seconda della fonte primaria da cui proviene: “verde” se
prodotto dalle rinnovabili ; “grigio” se prodotto dal metano; “blu” se prodotto dal metano, ma con separazione
e stoccaggio della CO2 generata; “rosa” se prodotto dal nucleare.

Nello scorso luglio, su spinta del paese leader europeo, la Germania, l’Unione Europea (di seguito UE) ha
indicato l’idrogeno come scelta strategica indispensabile per gestire la “transizione energetica” da qui al 2050.
Entro tale scadenza tutta l’energia necessaria all’ UE – dovunque sia prodotta dentro o fuori dell’ UE – dovrà
derivare solo da fonti primarie rinnovabili, azzerando così la quota delle emissioni globali di CO2 che
compete all’ UE. A quella scadenza, quindi, potrà circolare solo l’idrogeno verde, destinandolo però solo a ben
precisi settori non elettrificabili : siderurgia, chimica, cementifici, treni, mezzi pesanti e militari, navi, aerei;
oppure utilizzandolo come sistema di accumulo delle energie rinnovabili nelle reti elettriche (restano dubbi
sull’utilizzo dell’idrogeno per il riscaldamento domestico, al posto di pompe di calore alimentate per via
elettrica). Invece, durante tutto il periodo della transizione energetica, anche l’idrogeno grigio, ma soprattutto
quello blu, giocheranno un ruolo chiave per permettere di sviluppare le tecnologie di produzione, di trasporto e
di stoccaggio nonché le normative e gli accordi internazionali necessari. Tutte cose indispensabili per rendere
economicamente competitivo l’ idrogeno verde rispetto a quello degli altri colori. L’obiettivo dichiarato è che
l’idrogeno verde copra entro il2050 il 15% dei consumi totali di energia dell’ UE.

Su queste basi l’UE ha emesso, nel luglio 2020, il Piano strategico sull’idrogeno ed ogni paese membro dovrà
fare altrettanto a livello nazionale. Germania e Francia si sono subito accordate tra loro ed hanno emesso i
propri Piani strategici. La Francia produrrà l’idrogeno a partire dal nucleare, mentre la Germania, oltre a
sviluppare al massimo la propria produzione eolica, prevede di importare molto idrogeno verde da rinnovabili,
sia dall’interno dell’ UE sia dall’esterno (Ucraina, NordEuropa, NordAfrica). Germania e Francia sono state
seguite a ruota da Spagna, Portogallo, che si presentano come esportatori di energia elettrica o di idrogeno
verde. Contemporaneamente il tema dell’idrogeno è stato inserito esplicitamente dall’ UE nel Recovery Fund,
sotto la voce ” Rivoluzione verde e transizione energetica” e adeguatamente finanziato. Però compete ad ogni
singolo paese membro proporre, e, quindi, farsi approvare dall’ UE, i singoli progetti, elaborati a partire dalle
proprie strategie nazionali sull’ idrogeno, ovviamente in accordo con quelle dell’ UE.

Con queste premesse ritorniamo alla situazione italiana.

– La prima osservazione riguarda i progetti presentati per il finanziamento del Recovery Fund. Sono stati
presentati prima dell’ uscita della relativa strategia nazionale, il che è già strano, e sono in tutto una trentina,
per circa 3 miliardi di euro. Somma non particolarmente significativa, visto che sono stati presentati progetti
da grandi aziende come Eni-Snam, Fincatieri, Tecnimont, Tenaris e forse Enel, che probabilmente faranno la
parte del leone. Germania e Francia hanno presentato progetti per più del doppio (circa 7 miliardi di euro
ciascuna): questo è un segnale della modesta importanza che l’Italia ha assegnato a questo tema, considerato
che i suoi finanziamenti totali da Recovery Fund sono di gran lunga superiori. Inoltre Snam ha predisposto
già a fine 2019 uno studio molto accurato sulle potenzialità dell’idrogeno in Italia, da ciò appare chiaro che la
Snam ha grandi ambizioni sull’idrogeno e punta sia a diventare un importante produttore di idrogeno verde –
probabilmente all’estero – mediante impianti di rinnovabili che alimentano gli elettrolizzatori (infatti ha di
recente acquistato il 33% di De Nora, azienda italiana leader mondiale degli elettrodi per elettrolizzatori), sia a
far diventare l’Italia un vero e proprio “hub” dell’idrogeno, ovviamente con le reti gas della Snam al centro. Non
è un’ idea affatto peregrina, in quanto viene presa in seria considerazione anche dai porti di Olanda e Belgio.

– La seconda osservazione è invece più di fondo e riguarda il punto sino al quale si potranno sviluppare in Italia –
al di là di tutte le migliori intenzioni – gli impianti di energie rinnovabili, considerato che noi non abbiamo e non
avremo mai, per l’eolico, l’intensità e la regolarità dei venti del Mare del Nord, ne’, per il fotovoltaico,
l’insolazione non solo dell’ Africa, ma neppure di Spagna e Portogallo. Inoltre il nostro territorio non dispone di
aree di bassi fondali come quelle del Mar Baltico ne’ di aree desertiche come quelle del Sahara e, nel
contempo, è giustamente soggetto a forti vincoli di tutela del patrimonio culturale ed ambientale, che limitano
l’uso del territorio stesso. Se si guarda bene in faccia la realtà, si può ragionevolmente prevedere che l’Italia
avrà, per il futuro, una forte dipendenza dall’energia rinnovabile proveniente dall’estero (non solo da altri paesi
del’ UE), come ha valutato per se’ stessa la Germania. Con buona pace di una ragionevole politica nazionale
volta ad una sostanziale indipendenza energetica. Inoltre, se le cose non andassero bene dal punto di vista
geopolitico, potremmo anche ritrovarci a dover tenere, immagazzinata sottoterra, la CO2 proveniente dal
metano che nel frattempo continueremmo a dover bruciare. Proprio come abbiamo fatto con le discariche
dei rifiuti.

                      Non è possibile formulare proposte, ma solo fare alcune raccomandazioni:

1) puntare moltissimo sull’efficienza, sul risparmio energetico e sull’economia circolare (evitando, a titolo
esemplificativo, gli edifici termicamente male isolati, l’uso di auto energivore, i viaggi aerei su brevi distanze ed
altre cose ben note);

2) puntare molto sulla produzione di energia rinnovabile distribuita, proveniente prevalentemente dal piccolomedio
fotovoltaico e dal mini-eolico, magari dotandoli di accumulo locale di energia, a batteria o a idrogeno;

3) evitare di spingersi oltre un certo limite nel promuovere l’uso dell’idrogeno (inizialmente non verde)
agendo solo dal lato della domanda, con il rischio di trovarsi alla fine spiazzati dal lato dell’ offerta (eventualità
non auspicabile);

4) non assumere un approccio ideologico nei confronti di alcuna soluzione che possa contribuire,
attraverso seri programmi di ricerca e sviluppo, a risolvere questa nostra non semplice situazione;

5) attivare una profonda riflessione prima di decidere, come sembrerebbe proporre Snam, di diventare un
grande “hub”, dotato di tutte le infrastrutture atte a smistare l’idrogeno “verde” da chi lo produce con le
rinnovabili (probabilmente al di fuori dell’ UE) a chi ne sarà l’utilizzatore finale (il nostro e altri paesi).
Quest’ultima possibilità non appare una buona prospettiva per un territorio come quello del nostro paese, ma
molto dipenderà da come e con quali competenze sarà organizzata la gestione dei progetti del Recovery Fund.

Ing. Giuseppe Fornari

Italia Nostra – Sezione di Genova – 10 dicembre 2020



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